10 settembre 2010

Riscaldamento globale

I leader del mondo si sono riuniti a Copenhagen per lavorare su un nuovo accordo per ridurre le emissioni di carbonio per fermare il riscaldamento globale. Tutto questo mentre abbiamo appreso che, di fatto, la temperatura globale si è effettivamente raffreddata negli ultimi dieci anni, che i sostenitori della teoria del riscaldamento globale hanno soppresso le prove di un altro periodo di riscaldamento globale, quello medioevale, e che degli scienziati sono stati scoperti ad alterare prove, a distruggere le statistiche e a intimorire gli scettici del cambiamento climatico.

Quello che mi interessa in merito alla questione del riscaldamento globale è la dimensione religiosa. Con questo non sto pensando alla 'spiritualità della terra', o a una teologia cristiana della corretta amministrazione del creato. Invece non posso fare a meno di notare che la crociata contro il riscaldamento globale è veramente una crociata. In altre parole, è una battaglia religiosa, e se è una battaglia religiosa, allora è una religione.

La  'macchina ambientalista' non ha tutte le caratteristiche di una ricerca religiosa? In primo luogo vi è il dogma inattaccabile, che tutti i devoti devono credere.
Il riscaldamento globale sta accadendo. Porre in dubbio questa 'verità' equivale a commettere eresia. Essere un 'negazionista del riscaldamento globale' è paragonato ad essere un 'negazionista dell’olocausto nazista'. Gli eretici saranno ostracizzati, perseguitati e bruciati.

Essendo necessario per tutte le religioni, il dogma è predicato con  grave fervore apocalittico. Lord Stern, l’esperto inglese dice che Copenhagen è 'l'ultima occasione al mondo per evitare la catastrofe'. Il Principe di Galles ha detto che il mondo ha solo 'un anno e mezzo' per evitare il disastro. Il fervore apocalittico degli ambientalisti è diverso da quello di qualsiasi altro culto religioso? Ogni pazzo apocalittico pensa di avere un argomento ben fondato e delle convinzioni al di sopra di ogni discussione.

Questo dogma è prodotto, provato e predicato dal clero della crociata del riscaldamento globale: gli scienziati. Sono i signori della conoscenza, come i monaci studiosi, che dedicano la loro vita alla ricerca arcana, sono quelli che custodiscono i segreti del sancta sanctorum. C
ompilano le prove, distribuiscono la parola, organizzano conferenze e seminari. Essi interpretano la parola per gli altri. Essi sono i sacerdoti e gli evangelisti della fede, facendo in modo che sempre più vengano convertiti e impegnati ogni giorno.

La gerarchia li supporta. Gli uomini e le donne di potere e prestigio ne controllano il funzionamento e garantiscono la sua rispettabilità e il suo successo. L’Arcivescovo Al Gore, il cardinale Lord Stern d'Inghilterra, e in cima alla lista il Difensore della Fede: nientemeno che Carlo d’Inghilterra, principe di Galles.

Sto volutamente esagerando, ma ciò che mi preme di sottolineare è che, come qualunque altra setta religiosa, la religione del riscaldamento globale è coerente e logica all’interno dei suoi presupposti. Essa soddisfa gli stessi bisogni delle religioni: finché si rimane entro l'ortodossia, non solo la crociata ha senso, ma come ogni religione, ti dà un modo di guardare il mondo intero e dare un senso a tutto. Inoltre, ti dà una missione e uno scopo. Ti dà un gruppo di persone impegnate a cui si può appartenere. In una notte buia, quando la paura incalza, ti dà non solo un punto di riferimento per la tua paura, ma anche qualcuno a cui dare la colpa.

Se questo è un’analisi corretta, se la crociata ambientalista è una sorta di religione, vale la pena chiedersi da dove viene. In primo luogo, credo, nella nostra società laica la crociata ha riempito un vuoto. Mi piacerebbe sapere quanti sono effettivamente i crociati ambientalisti che sono anche devoti di una religione convenzionale. Non c'è modo di sapere questo, ma ho il sospetto che la maggior parte di loro siano non-religiosi. Ho fatto questa congettura, perché le parole e la visione del mondo che presentano sembra chiaramente secolare. Se la mia intuizione è corretta allora i poveretti hanno trovato conforto in una religione che non sanno nemmeno essere una religione.

Chesterton ha detto: "Ogni dibattito è un dibattito teologico." Se la crociata ambientalista è una sorta di religione, allora qual è la sua base teologica? E' la religione del laico, umanista. Il laico rifiuta il cristianesimo, ma non necessariamente abbraccia l'ateismo radicale. La maggior parte di essi deriva quindi da una sorta di teologia del vago immanentismo - una sorta di "Dio di dentro". "Dio è dentro ognuno di noi!" essi dicono. Non fu Gesù stesso a dire: "Il regno di Dio è dentro di voi?" Questo diventa un panteismo sentimentale, "Dio è tutto intorno a noi. Dio è nella natura "diventa presto", Dio è la natura. " Ci sono alcuni nel movimento verde per i quali questa teologia è diventata esplicita. Per la maggior parte si tratta di una posizione inconscia detenuta da persone che non solo non hanno mai avuto un solo pensiero teologico nella loro vita, ma non sanno nemmeno che un tale tipo di pensiero sia possibile.

Qual è la risposta cattolica appropriata alla crociata del riscaldamento globale? Come al solito, è una risposta di buon senso e derivante da una morale semplice che nasce da ciò in cui crediamo. Dio ha creato il nostro mondo e noi. Dobbiamo amare il mondo creato, perché è un dono generoso e abbondante di Dio. Il mondo è bello. Non dobbiamo pasticciarlo, e se lo facciamo, dobbiamo ripulire il nostro casino.

Nell’ordine della creazione, siamo chiamati a essere fedeli e attenti custodi del mondo naturale. Ciò significa che mentre si può godere delle cose del mondo, non dobbiamo essere spreconi. Non dobbiamo essere grossolanamente materialistici. Dobbiamo condividere con chi ha meno di noi. Non dobbiamo rubare le loro risorse per arricchire noi stessi. Come buoni amministratori dobbiamo risparmiare  e pianificare per il futuro. Non dobbiamo trasformare le cose materiali in idoli. E tutto quanto sopra, dobbiamo farlo a livello individuale, familiare, corporativo, politico e in ambito economico.

La risposta cristiana è che dobbiamo amare tutte le cose secondo il loro valore intrinseco. Dobbiamo amare e avere a cuore la creazione, ma dobbiamo amare di più il Creatore.

8 settembre 2010

Ricordati di santificare le feste

Nella scuola dove lavoro discutiamo spesso riguardo al ritmo frenetico della vita per noi, le nostre famiglie e i nostri studenti. La vita della classe media americana è pazzesca per il suo ritmo e per la pressione a cui si è sottoposti per fare quante più attività e realizzazioni possibili. In molte famiglie il tempo sia per mamma che per  papà è riempito dal lavoro, e le vite dei ragazzi sono anch’esse riempite con elevate aspettative accademiche, una vita sociale piena di impegni e tutta una serie di attività extrascolastiche, ottime in sé e per sé, ma molto dispendiose in termini di tempo. Nella mia famiglia con quattro bambini abbiamo: un campione di fondo, un campione di scacchi, una stella del calcio, un ottimo pianista, un’attrice in erba, chierichetti, teatro, wrestling, softball e, come posti di lavoro a tempo parziale, taglio dell’erba, baby sitter, ecc.

Che succede? Perché continuiamo a correre? Perché siamo spesso esausti, di malumore e sovraeccitati? Perché abbiamo dimenticato di santificare il Sabbath (il giorno di festa, la domenica). Avete notato come questo comandamento viene trascurato nella nostra società? Ai tempi dei miei genitori e nonni c’erano  regole rigorose riguardo ai giorni di festa. Quelle regole a noi sembrano arcane, arbitrarie e inutili." Perché il distributore di benzina è aperto, ma il supermercato no? "

Così ci siamo liberati di tutte quelle sciocche regole del Sabbath. Tutti i negozi sono aperti di Domenica, e chi è che non va a fare spesa di domenica, se è necessario?
Infatti, con la vita frenetica che conduciamo, la domenica è l'unico giorno in cui siamo in grado di fare un po’ di shopping, e se magari non facciamo la spesa, non è comunque la Domenica il giorno in cui si sbrigano tutte quelle altre faccende che abbiamo continuato a rimandare durante la settimana? "E poi," ci diciamo "comunque a cosa serve avere una 'giornata di riposo’?'"

Ci serve a questo: in realtà è Dio che ci sta dicendo di rallentare. In effetti sta dicendo: «Perché non prendete una pausa? Rallentate. Andate adagio. Osserverai il riposo del Signore." E perché? Perché come si può sviluppare una vita contemplativa se non ti prendi il tempo necessario? Come si può riflettere sulla vita a meno di non rallentare? Come può essere approfondita la nostra vita se non ci si prende una pausa? Come si può imparare ad ascoltare Dio se non si è prima in silenzio e fermi? Lui ora non parla nel terremoto, nel vento e nel fuoco, ma con voce dolce e sommessa. Ordinando di santificare il giorno di festa, Dio non ci chiama solo per una doverosa partecipazione alla Messa, ma affinchè prestiamo attenzione alla sua voce, con amore. Santificare il giorno di festa non significa altro che ritagliarci, in mezzo a tutti i nostri programmi e impegni, un giorno per la contemplazione.

Sì, proprio così: la contemplazione. Questa bella abilità è probabilmente l'attributo umano meno sviluppato nel nostro mondo moderno. Dove è l'anima contemplativa? Persa nel marasma infernale, nel baccano della musica rock che costantemente occupa le nostre orecchie, nella volgarità degli spot pubblicitari che distraggono i nostri occhi, nell'azione e nei colori seducenti e divertenti dei nostri monitor - l'iPod, il computer, la televisione, il cinema, le insegne pubblicitarie - tutti che lampeggiano e parlano e cantano e ballano e ci distraggono.

Se santificassimo il giorno di festa, scopriremmo ben presto che la domenica comincia a filtrare nel resto della nostra vita. Un giorno alla settimana diventa presto un momento in ogni giorno, che si diffonde come un dolce profumo, e che comincia a cambiare la nostra vita in meglio. Cominciamo a prendere tempo e rallentare e apprezzare le cose veramente importanti. Tutte le sciocche attività frenetiche, presto le vedremo come un insipido spreco di tempo, come in effetti sono (almeno in buona parte). Tutti i rumori del mondo diventano vuote vanità, le nostre vite cominciano ad avere una maggiore profondità. I nostri rapporti cominciano ad approfondirsi. Le nostre vite diventano più reali, e poco a poco siamo trasformati di gloria in gloria.

7 settembre 2010

Storicismo

Uno dei trucchi del diavolo è lo storicismo. Nella Fides et Ratio Papa Giovanni Paolo II insegna: "La tesi fondamentale dello storicismo è che la verità di una filosofia è determinata sulla base della sua adeguatezza ad un determinato periodo e ad un determinato compito storico. Almeno implicitamente quindi, la validità perenne della verità viene negata. Ciò che era vero in un'epoca, sostiene lo storicista, può non essere vero in un altra. "

Lo storicismo è espresso in termini popolari come il disprezzo per qualsiasi cosa che venga da un periodo di tempo precedente, e insieme a questo si sostiene l'ipotesi che “nuovo è meglio”, e che quello che sappiamo oggi deve essere per forza più avanzato di quello che si sapeva molto tempo fa. Così il Medioevo è denominato 'i secoli bui'. Lo storicismo viene di solito confuso con il sentimentalismo, almeno nei media popolari. Quindi, insieme con il presupposto che il Medio Evo (o qualsiasi età precedente) è arretrato, ignorante e oscurantista, ci si forma un’immagine mentale orribile di questo periodo storico. Così la gente del Medioevo viene rappresentata come deforme, arretrata, brutta, puzzolente, malata, superstiziosa e ignorante. Così come pure le persone di qualsiasi età precedente. Sono tutti dipinti come solo leggermente più avanzati dell'uomo di Neanderthal.

Lo storicista sentimentale non si ferma mai a rendersi conto che, mentre vi erano certamente persone ignoranti, malate e brutali nel Medioevo, la nostra società odierna è ricchissima di esemplari altrettanto poveri di umanità, e viceversa, così come abbiamo alcune persone brillanti, belle e meravigliose, così c’erano anche nelle epoche precedenti.

Lo storicismo, quindi, va di pari passo con suo fratello: il progressismo. Il progressismo è uno storicismo impazzito. Questa è la logica conclusione dallo storicismo: la convinzione che "ogni giorno, sotto tutti gli aspetti, diventiamo sempre meglio". Anche se questo può essere vero sul fronte tecnologico, non è palesemente vero sul piano spirituale, intellettuale e morale.

Infine, in uno scenario da incubo, il progressista va di pari passo con l’utilitarista (ndt: vedi il precedente articolo del 5 agosto 2010 sull’utilitarismo), essi uniscono le forze per inaugurare quello che considerano essere un 'nuovo mondo'. Credere che l'umanità (e soprattutto se stessi) possano solo e sempre essere migliori ogni giorno che passa, e credere che “il meglio” equivalga a “qualunque cosa che funzioni”, portano in ultima analisi alla tirannia più mostruosa, ai massacri, agli spargimenti di sangue, alle ingiustizie di ogni genere e al genocidio.

E fanno tutto questo pensando che stanno facendo il bene dell'umanità

Link all'articolo originale

6 settembre 2010

Dio ha creato tutto ciò che esiste ?


- “Dio ha creato tutto ciò che esiste ?”
Mentre un professore universitario sfidava i suoi studenti con questa domanda, uno studente ha risposto:
 - "Sì, è vero."
Sorpreso da questa assicurazione, l'insegnante ha continuato:
- “Dio ha creato tutto?”
- “Sì”
- “Se Dio ha creato tutto, così ha creato il male. Dal momento che il male esiste, e secondo il principio che le nostre opere definiscono chi siamo noi, allora Dio è il male.”
Lo studente rimase in silenzio dopo tale risposta e, naturalmente, l'insegnante era molto fiero di sé, avendo dimostrato ancora una volta che la fede religiosa era un mito.
Poi, lo studente alzò la mano con questa domanda:
- “Professore, esiste il freddo ?”
- “Che domanda strana. Certo che esiste. Non hai mai avuto freddo?”
- “In realtà, signore, il freddo non esiste. Secondo le leggi della fisica, ciò che noi consideriamo freddo è in realtà assenza di calore prodotto dalla materia che trasmette energia. Il freddo non esiste. Abbiamo creato questa parola per descrivere quello che sentiamo quando non sentiamo nessun calore.”
Lo studente continuò a porre domande al docente:
- “Professore, esiste il buio ?
- “Certo che esiste!”
- “Si sbaglia di nuovo, signore. Il buio è in realtà l'assenza di luce. Possiamo studiare la luce, non il buio. Un semplice raggio di luce può penetrare in un mondo di tenebre ed illuminarlo. Il buio è un termine usato dall'uomo per descrivere ciò che accade quando non c'è luce.”
Infine, lo studente ha chiesto l'ultima domanda per il professore, che ora era incerto:
- “Professore, esiste il male?”
- “Naturalmente, come ho detto prima. Vediamo tutti i giorni degli esempi di disumanità tra uomo e uomo. E' nella moltitudine dei crimini e della violenza che si manifesta il male.”
- “No, non esiste il male, signore, o almeno non esiste in sé e per sè. E' una parola che l'uomo ha creato per descrivere l'assenza di Dio in noi. Il male è come il freddo che arriva quando non c'è calore, o come il buio quando non c'è luce.”
Il professore si sedette.
Il nome dello studente? Albert Einstein.

testo anonimo pubblicato nella "Orée", quotidiano cattolico del Decanato della Valle dell’Eure.

2 settembre 2010

Tolleranza e carità

La tolleranza è una bella parola, ma è una virtù cristiana? L’Arcivescovo Charles Chaput di Denver non la pensa così, e la sua affermazione ha provocato non poche proteste. In un editoriale compiaciuto, la rivista America ha recentemente rimproverato Chaput per aver inasprito il tenore del discorso intra-ecclesiale. Anche se è giusto cercare di comportarsi in maniera cortese e civile, esiste un tipo di tolleranza che favorisce solo il torpore intellettuale e morale che affligge il pubblico dibattito.

I fautori di un approccio più gentile e delicato ai grandi temi del nostro tempo spesso cercano un gioco di prestigio retorico, la tolleranza accoppiata con la carità. Tale accoppiamento è, nel migliore dei casi, ambiguo. La chiamata alla carità – amare il prossimo in quanto figlio di Dio - è universale e, si spera, non viene messa in discussione. Ma cosa vuol dire essere tolleranti verso coloro con i quali siamo in disaccordo su questioni serie? Se usato come sinonimo di carità, combinando pazienza e magnanimità, può essere accettabile, ma rimane un uso debole e impreciso del termine. Gesù non disse: "Tolleratevi gli uni gli altri, come io vi ho tollerato." Sicuramente, siamo chiamati a fare qualcosa di più che non sopportare l'altro. Il traffico nel centro di Manhattan io lo tollero, ma ne farei volentieri a meno. E in cosa consiste esattamente l’essere intollerante degli altri, non delle opinioni degli altri, ma delle loro persone? Si può essere poco caritatevoli, cattivi o villani, ma non è del tutto identico all’essere intolleranti. Pur con lo scopo nobile di un tono più elevato nel discorso pubblico, l’appello alla tolleranza manca in qualche modo il bersaglio.

Il concetto di tolleranza è formato dalle idee, credenze e convinzioni di una persona. Tale ambito non può essere considerato innocuo, relegato in una torre d'avorio e, pertanto, isolato da ogni implicazione rispetto al mondo reale. Come pensiamo determina il modo in cui agiamo. Richard Weaver ha scritto circa sessanta anni fa che le idee hanno delle conseguenze, conseguenze che hanno un forte impatto sulla salute morale e spirituale e sul benessere della società. Per fare un esempio tratto dal settore economico, sarebbe difficile sopravvalutare i modi in cui le idee di Adam Smith e Karl Marx hanno plasmato la vita umana nel corso del secolo passato. Più significativa è l'idea, e più direttamente essa influisce sulla dignità umana, tanto più deve essere fermamente ricondotta alla norma del vero e del bene.

Alla radice, questa è la cartina di tornasole dei principi fondamentali non negoziabili. In una società che ha raggiunto un consenso su queste basi, una vivace diversità emerge nella loro espressione e applicazione, con la luce bianca che rifrange nei colori diversi dello spettro. Quando siamo d'accordo su una stampa libera e il libero accesso alle informazioni, ad esempio, i mezzi di comunicazione diventano sempre più vari e sofisticati, dalla posta all’iPhone, dai giornali a questa pagina web. La celebre massima di Agostino, Ama Deum et fac quod vis (Ama Dio e fai ciò che vuoi), parla di questa santa libertà. Sulle grandi questioni, tuttavia, il dibattito pubblico non offre il lusso di un terreno comune, che anzi sta diventando sempre meno comune. E in questa arena non basta presupporre la buona volontà dell’interlocutore, semplicemente non è sufficiente. Aristotele ha giustamente osservato che tutti gli atti mirano ad un bene percepito. Ma nell’ordine oggettivo, tali percezioni sono spesso fuorvianti, male informate, o semplicemente sbagliate.

La vera carità non consente la tolleranza a questo proposito, perché cerca il bene morale di un altro, anche quando questo lo offende. Ma la carità non è sinonimo di gentilezza. Quest'ultima è la volontà di non offendere a tutti i costi, mentre la carità, esercitata con prudenza, getta una rete più ampia. Quando Gesù mangiò con i pubblicani e le prostitute, ha mostrato la carità per quelle anime, malgrado che alcuni si fossero offesi. Allo stesso modo, le sue azioni nel tempio per scacciare i venditori e i cambiavalute, che hanno causato grande scalpore, erano comunque finalizzate ad un bene più grande che ha avuto la precedenza sul compiacimento dei suoi correligionari. Non era bello da parte di Gesù chiamare i farisei guide cieche, sepolcri imbiancati, e razza di vipere. Ma la sua forte proclamazione della verità, anche di una verità scomoda, era volta a salvare le loro anime e le anime dei suoi ascoltatori.

La vera carità non pone solo il bene degli altri prima del TUO comfort personale, mette anche il bene degli altri prima del LORO confort personale. Questa è una vera sfida alla moralità popolare, dove l'unico peccato che ormai è rimasto è quello di offendere il prossimo. (Quante pubbliche pseudo-confessioni iniziano con la frase: "Se le mie azioni hanno offeso qualcuno..." E’ proprio raro lo scusarsi per aver fatto qualcosa di semplicemente sbagliato). Quando la verità stessa, che è la sola cosa a sostenere una società libera, viene sfidata, l’unico rimedio può essere solo una salda e incrollabile intolleranza.

Con particolare brio, l’arcivescovo Fulton Sheen, nel 1931 nel suo saggio "Un appello per l'intolleranza", rivela che questa confusione non è certo una cosa nuova:

“L’America, si dice, soffre di intolleranza, ma non è vero. Si soffre di tolleranza. Tolleranza di giusto e sbagliato, verso e falso, bene e male, Cristo e il caos. Il nostro Paese non è pieno di bigotti, ma di tolleranti . . . . La tolleranza è un atteggiamento di pazienza motivata verso il male, una pazienza che ci trattiene dal mostrare rabbia o infliggere punizioni. La tolleranza si applica solo alle persone, mai alla verità. La tolleranza vale per gli smarriti, l'intolleranza per l'errore. . . . Gli architetti sono intolleranti sul costruire i palazzi su fondamenta di sabbia, come pure i medici sono intolleranti nei confronti della presenza di germi in laboratorio. La tolleranza non si applica a verità o principi. A proposito di queste cose dobbiamo essere intolleranti, e per questo tipo di intolleranza, tanto necessaria per risvegliarci da questa palude sentimentale, io faccio un appello. L'intolleranza di questo tipo è il fondamento di ogni stabilità”.

Queste sono parole forti, ma la loro forza è vigorosa, non brutale. Solo la persuasione e l'attrazione della forza intrinseca della verità può combattere efficacemente gli errori - proponendo, non imponendo. E per chi ha realmente a cuore il benessere della società, tale proposta non è un'opzione che si ha la facoltà di esercitare oppure no. Nella sua enciclica Libertas, Leone XIII affermava che l'errore non ha diritti. La gente in errore ha dei diritti: il diritto di essere trattati con rispetto e carità, tanto per dirne uno, ma la persistenza incontrastata dell’errore, che si manifesta in un permissivismo "vivi e lascia vivere”, porta a gravi conseguenze per una società non più legata alla verità. Eppure, a fronte della crescente polarizzazione, come conciliare queste affermazioni con la nostra cultura pluralistica?

Un sano pluralismo non accetta lo status quo, spesso applicato come una sottile patina di mascheramento per la noncuranza morale. Soprattutto quando si tratta dei principi fondamentali, il pluralismo non può che essere un mezzo verso un obiettivo di consenso sociale, una convinzione condivisa della verità. In questa luce, le parole del presidente Obama a Notre Dame sono state molto strane. Egli ha detto: "Io non sto suggerendo che il dibattito sull'aborto possa o debba andare via." Perché non potrebbe? Ancora più importante, perché non dovrebbe? Se il presidente crede veramente che l'aborto è un diritto, che valore si vede in una perenne opposizione? A lui piacerebbe che ci fosse un dibattito più vigoroso sulla schiavitù? Siamo in qualche modo impoveriti perché ci sono così poche persone che chiedono l'abrogazione dell'emendamento 19 (quello che ha abolito la schiavitù dei negri in America – ndt)? Per coloro che riconoscono il diritto inviolabile del nascituro alla vita, il dibattito può finire anche subito. Non vi è alcun valore intrinseco in una molteplicità di punti di vista contrapposti.

I panegirici a questo tipo di diversità mi lasciano sempre un po’ perplesso. Una società schizofrenica, che non può o non vuole cogliere la realtà, non può pretendere di andare molto lontano. Non credo che avremmo molto beneficio, per esempio, da un improvviso boom dei sostenitori della teoria della Terra Piatta. Queste sono sciocchezze che impediscono la crescita, perchè non si può costruire quando non ci sono le fondamenta. Solo la piena fiducia nella sfericità terrestre consente alla scienza, ai viaggi e al commercio di espandersi e prosperare. Altrimenti si rimane stagnanti, atrofizzati e si ha sempre paura di cadere dal bordo.

Una società veramente pluralistica, quindi, non si fa intimidire da queste sfide, ma si lascia coinvolgere con entusiasmo in un dialogo costruttivo. E solo un desiderio condiviso di verità impedisce al dialogo di diventare soggettivismo, in cui ognuno condivide l propri pensieri e sentimenti personali. Le aperture al dialogo, in tal caso, vanno a finire in un “parlare del parlare”. Tale logica circolare porta ad una società isolata, chiusa in se stessa, moralmente alla deriva e incapace di rimanere a galla.

Senza avere delle convinzioni riguardo alle cose basilari, la tolleranza diventa apatia, l'ignoranza diventa pluralismo e il dialogo diventa cacofonia. Solo quando la verità, assunta come guida, infonde questi termini con le giuste distinzioni e indicazioni, solo allora si può contribuire a elevare la società a un pensiero più alto – il pensare bene viene prima del vivere bene. Senza passare frettolosamente sopra alle differenze, una società polarizzata e una Chiesa polarizzata devono avventurarsi, con onestà e franchezza, in una ricerca senza compromessi della verità, che è l’unica garanzia di una pace reale e duratura. Questo esercizio, questa conversazione, non arriva mai ad una fine. Ma una tale conversazione, intrapresa con sincerità, rispetto, amore autentico per gli altri, è un buon modo per iniziare.

Autore: Brian A. Graebe. Pubblicato il 30 luglio 2009
Ringraziamenti a First Things: link al post originale