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17 settembre 2010

Fare bene la Comunione

Negli ultimi commenti sul blog alcuni si sono lamentati che non è stata abbastanza messa in risalto la necessità di ricevere la comunione degnamente. Capisco la preoccupazione che essi esprimono, ma sento anche la necessità di affrontare la questione con attenzione. Questo perché ci sono in ballo due beni importanti, che devono essere tenuti in equilibrio:

- ricevere frequentemente la Santa Comunione, che è un cibo grande e necessario per noi, come Gesù insiste in Gv 6:50-55;

- ricevere degnamente la Santa Comunione; sulla necessità di questo punto lo Spirito Santo ci mette in guardia, attraverso San Paolo, in 1 Cor 11:27.
Diamo un'occhiata a questi testi brevemente.

Gesù è stato molto chiaro nell’insegnare che la Santa Eucaristia è un alimento necessario per noi:

“Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". Gesù disse loro: "In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. (Giovanni 6:50-53)

Quindi appare chiaro che è essenziale ricevere la santa Comunione frequentemente, se non ogni settimana. La prassi della Chiesa di celebrare la messa ogni giorno (o ogni settimana come nei riti orientali) e di offrire la Santa Comunione ad ogni Messa conferma l’interpretazione delle parole del Signore che è necessario che i fedeli ricevano l'Eucaristia con una certa frequenza, preferibilmente ogni settimana.
 Questa pratica ci distingue dalle nozioni protestanti in cui la ricezione frequente della santa Comunione (ammesso e non concesso che la consacrazione avvenga validamente) è stata in gran parte annullata. Il "se non mangiate" in questo testo è una espressione piuttosto forte che non può ignorata facilmente. Gesù insegna che in effetti la Santa Comunione è una conditio sine qua non per avere la vita. In altre parole è un alimento essenziale senza il quale stiamo morendo spiritualmente. Così questo è un punto su cui la Chiesa deve insistere, il ricevere frequentemente gli alimenti necessari.

Ma le Scritture insegnano anche la necessità di riceverla degnamente, cioè avendo formato il giudizio, in coscienza, di non essere in peccato grave. E anche qui il testo è molto chiaro e forte:

“Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati” (1 Cor 11:27-31)

Così, la Scrittura considera la ricezione indegna o noncurante della Santa Comunione come una cosa molto grave dal momento che è un peccato fatto direttamente contro il Corpo del Signore. San Paolo collega a questo anche delle punizioni severe da parte di Dio: malattie, anche la morte. Tutti coloro che commettono tale peccato attirano il giudizio su se stessi, il che per lo meno richiede una correzione da parte del Signore e, forse, una condanna. Questo testo, come pure la Tradizione, ha fatto sì che la Chiesa mettesse in guardia qualsiasi fedele consapevole di peccato mortale di astenersi dalla Santa Comunione fino a quando non fosse riconciliato attraverso la confessione.
Agendo così la Chiesa non è "cattiva" o "restrittiva" come dicono alcuni. Invece essa è fedele alla Scrittura e compie un gesto di carità verso i fedeli mettendoli in guardia nei confronti di quelle cose che  li possono mettere sotto un giudizio di condanna.

La Chiesa ha lottato nei secoli per mantenere i fedeli in equilibrio rispetto a questi due valori. In effetti per molti secoli la gente è rimasta lontana dal ricevere la Santa Comunione, ricevendo solo molto raramente. Mi ricordo che mia nonna (che era nata nel 1896) una volta mi ha detto che quando era bambina quasi nessuno andava a fare la Comunione. In una Chiesa piena di centinaia di persone, capitava spesso che nessuno andasse a farla. Nonostante la confessione, molti si ritenevano comunque indegni. Questa ricezione poco frequente aveva indotto la Chiesa nel Medioevo ad insistere sul "Precetto pasquale" che ha richiesto ai fedeli, a titolo di precetto, di ricevere la Santa Comunione almeno una volta l'anno nel tempo pasquale, dopo aver fatto la Confessione sacramentale, ove necessaria. Durante il Medioevo perfino i monaci e le monache facevano la Comunione solo poche volte all'anno! Più di recente, al volgere del secolo scorso, il Papa Pio X aveva incoraggiato la ricezione più frequente della Comunione Eucaristica, tra l’altro anticipando di parecchio l'età della prima comunione.

La Comunione poco frequente fu un estremo. Ultimamente sembra che abbiamo l'altro estremo in cui quasi tutti i presenti alla Messa ricevono la Comunione, ma solo una piccola percentuale di essi si sono confessati di recente. Per ricevere degnamente la Comunione bisogna essere liberi dal peccato mortale.
 Oggi, molto pochi dei fedeli hanno le nozioni necessarie dei requisiti per ricevere degnamente la Comunione. Ciò è dovuto alla catechesi fatta male, nonché ad un mutamento della percezione del peccato in generale e del peccato mortale in particolare. Molti, in effetti, non hanno le idee chiare su ciò che costituisce peccato mortale. Sono stato sorpreso di apprendere all'inizio del mio sacerdozio, che molti giovani non avevano la minima idea di ciò che significava l'espressione "peccato mortale". Alcuni immaginavano che significasse aver ucciso qualcuno. Ho provato a riferirmi ad esso come “peccato grave”, ma ho anche scoperto che molte persone non prendono sul serio un sacco di cose.

La maggior parte dei sacerdoti sono consapevoli che bisogna lavorare molto per rimediare a questa situazione. Dire semplicemente "confessatevi più spesso" non basta, dato che molti, pur ammettendo la presenza del peccato nella loro vita, non vedono come grave la propria situazione. "Dopo tutto nessuno è perfetto, Padre", questa è la profondità del senso del peccato di alcuni. Anche in questo caso, la catechesi e la predicazione fatte male sono in parte responsabili.


Come siamo arrivati a questo punto? Secondo me stiamo vivendo una reazione (in realtà una reazione eccessiva) al concetto di peccato che era diffuso nel 1950. Sono nato nel 1961 e, non essendo stato in vita nel 1950, (tanto meno ero prete), devo fare affidamento per le mie informazioni su quel periodo nella Chiesa, sui sacerdoti più anziani, sugli anziani in generale e anche su aspetti di quel tempo di cui si sente l'eco nelle confessioni e nei modi di pensare delle persone anziane di oggi. Da queste fonti è sorta la mia valutazione, che nel 1950 e prima vigeva una nozione molto oggettiva di peccato che teneva poco conto delle circostanze e/o di fattori personali.


Un paio di esempi possono illustrare questo punto. Un vecchio prete mi ha detto che una volta aveva incontrato una donna che insisteva per confessarsi, perché aveva commesso un peccato mortale recandosi in Chiesa. Sembra che il peccato fosse quello di aver rotto il digiuno. Quello che era successo è che una mosca le era volata in bocca e lei la aveva ingoiata per sbaglio. Anche se il prete ha cercato di rassicurarla che lei non aveva nessuna colpa, lei insisteva che la mosca costituiva "nutrimento",  e aveva bisogno di essere assolta per poter ricevere la Comunione. Altri sacerdoti più anziani mi dicono storie simili, anche se meno bizzarre. Pare che questo facesse parte della formazione dei fedeli a quei tempi. Ho avuto alcune  conferme personali di questo genere di pensiero durante i miei 21 anni di sacerdozio. Ad esempio, due volte questo inverno passato abbiamo avuto delle forti nevicate qui a Washington, che  si sono avvicinate ai 75 centimetri. Nonostante questo, ho avuto un certo numero di anziani che hanno confessato di aver perso la Messa in questi fine settimana. Quando ho ricordato loro che era impossibile uscire con 75 centimetri di neve, ribattevano imperturbabili: "Ma è stato un peccato perdere la Messa, Padre." Ho imparato ad accettare che questa era la loro formazione. Gli hanno insegnato che il peccato è solo una cosa molto oggettiva. Le circostanze erano del tutto fuori luogo.


Ora, mentre questo pensiero potrebbe essere stato accettato da molti della generazione più vecchia, è chiaro che tale pensiero meccanicistico è stata respinto da molti durante la crisi degli anni ‘60. E francamente l'oggettivazione estrema del peccato senza alcun riferimento alle circostanze aveva necessità di essere corretta. Una corretta teologia morale tiene conto di circostanze e fattori personali nel valutare la colpevolezza. Perché ci sia peccato mortale, è richiesta non solo la materia grave, ma anche la piena avvertenza e il deliberato consenso della volontà. A volte capita che l’avvertenza e/o il consenso della libertà sono ostacolati, e tali fattori devono essere presi in considerazione. Tali fattori non possono rendere buono un atto cattivo, ma possono influenzare la colpevolezza. L’attuale pratica pastorale nel prendere queste cose in considerazione è illustrata nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Prendiamo ad esempio la nota pastorale ai confessori,  inclusa nel catechismo, riguardante la masturbazione che, pur considerata obiettivamente un peccato grave, può ammettere alcune circostanze personali:


“Per formare un giudizio equo sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l'azione pastorale, si deve tener conto della immaturità affettiva, delle abitudini acquisite, delle condizioni di ansia o di altri fattori psichici o sociali che diminuiscono, se non addirittura riducono al minimo, la colpevolezza morale. (CCC # 2352)


Ma le vecchie prassi pastorali, a quanto pare, prendevano in poca considerazione circostanze o fattori, quali il pieno consenso della volontà ecc. L’insegnamento ufficiale della Chiesa insegnava queste cose, ma la pratica pastorale del tempo presentava il peccato in un modo molto più meccanicistico, e altri aspetti della dottrina della Chiesa nel 1950, e forse anche prima, venivano scarsamente comunicati.


In una certa misura ciò può aver portato alla sovra-reazione che abbiamo vissuto nei tardi anni ‘60 fino al 1980. Invece di perfezionare e chiarire la loro comprensione della vera dottrina cattolica, molti si sono semplicemente sbarazzati di quella che era una caricatura della dottrina cattolica, che ormai sembrava irragionevole. E la caricatura era davvero irragionevole. Purtroppo anche molti sacerdoti e catechisti cattolici del tempo, anziché chiarire l'insegnamento, hanno sovracompensato. Hanno negato qualsiasi nozione oggettiva di peccato e hanno sottolineato in modo eccessivo aspetti come le sensazioni, le circostanze, delle false nozioni di coscienza e così via. Ora sembrava che SOLO le circostanze importassero,  insieme con la riflessione e i sentimenti personali, e con una nozione di responsabilità personale molto impoverita.


Così eccoci qui oggi, con lunghe file di persone alla Comunione (bene), ma senza file per la confessione (male). Spetta a noi, ai sacerdoti che predicano e ai catechisti che insegnano, di ristabilire la connessione tra la confessione frequente e la comunione settimanale. Ma, come ho cercato di dimostrare, limitarsi a dire: “la gente dovrebbe andare” non basta perché vadano davvero. E’ anche necessario ripristinare un sano senso del peccato. La versione del 1950, almeno come l'ho descritta, non era sana. Ma nemmeno è sana la nostra versione attuale, che non vede nulla che sia oggettivamente sbagliato, niente di grave, che riduce la riflessione morale a "come mi sento", e mette da parte ogni nozione di giudizio finale appigliandosi a luoghi comuni come "Dio capirà".


Parte della ri-catechesi che è necessaria è quella di reintrodurre una concezione più globale e meno meccanicistica del senso del peccato. Il peccato comprende non solo gli atti specifici, ma anche impulsi e atteggiamenti molto profondi, che possono diventare molto significativi. Possiamo essere molto risentiti, ingrati, impudichi, crudeli, spietati, duri, avidi, mondani e materialisti. Il peccato è più che"mi sono arrabbiato tre volte con i miei bambini, ho usato parolacce varie volte e sono stato distratto nella preghiera molte volte, e ho compiuto un atto solitario di abuso di sé."
Il peccato comprende anche queste cose, ma anche che noi siamo egoisti , permalosi, poco amorevoli, spietati e, a volte, semplicemente cattivi. Siamo nel profondo bisogno della misericordia e della guarigione da parte di Dio, e alcuni di questi atteggiamenti sono molto più gravi di quanto ci piace pensare. Essi possono causare gravi danni. A un certo punto, stando lontano dalla confessione per lunghi periodi, rischiamo di  intrattenere con noi stessi un delirio orgoglioso, che si trasforma esso stesso in un peccato grave. Chi dice che non ha peccato chiama Dio “bugiardo” (1 Giovanni 1:10). Nel tentativo di insistere sul fatto che la gente deve andare a confessarsi prima della Comunione se sono a conoscenza di peccati mortali, dobbiamo essere disposti, prima, a chiarire la nozione di ciò che è peccato grave o mortale.

La Chiesa avrà sicuramente bisogno di continuare a fornire orientamenti individuando peccati particolarmente gravi, ma in ultima analisi, la Chiesa non può mai svilupparne un elenco esaustivo poiché le circostanze spesso influenzano la gravità. Ci sono alcuni peccati che sono sempre, obiettivamente mortali (ex toto Genere suo), peccati come l'assassinio degli innocenti. Ma ci sono molte altre cose come il pettegolezzo che, pur non sempre o non di solito mortali, possono diventarlo se rovinano delle reputazioni e se c’era l'intenzione di farlo. Dal momento che il legalismo del passato è stato in gran parte respinto, può essere meglio per noi  predicare un senso del peccato  più completo, incondizionato e inclusivo che spieghi gli impulsi profondi del peccato e che valutino tutta la persona, piuttosto che concentrarsi soltanto su questo o su quell’atto.


Abbiamo un sacco di lavoro da fare per ristabilire l'equilibrio dei due testi della Scrittura sopra citati. La ricezione frequente e allo stesso tempo degna della Comunione è stata storicamente in bilico in un equilibrio difficile da mantenere. Molti fattori entrano in gioco perché venga trovato questo equilibrio. Limitarsi a dire alla gente di confessarsi prima della Comunione, se siano a conoscenza di essere in peccato mortale, presume molte conoscenze che molti non hanno, e dei presupposti che molti non condividono, a volte non per colpa propria. Abbiamo più lavoro da fare che limitarci a dire alla gente cosa fare. Dobbiamo insegnare e ristabilire un sano senso del peccato e una più profonda consapevolezza di ciò che è sacro e appropriato per ricevere degnamente la Santa Comunione.

15 settembre 2010

La mortificazione torna di moda ?


Non c'è modo più veloce per mettervi in evidenza come un “cattolico bigotto” che menzionando la parola “mortificazione” Se lo fate, poi tanto vale che vi vestiate con un saio e che cambiate nome facendovi chiamare San Luigi anziché Luigi, tanto ormai la vostra copertura è saltata.

Tuttavia, non è necessario utilizzare la parola mortificazione per praticare la mortificazione. (Paradossalmente, per alcuni di noi, il non utilizzare questa parola potrebbe anche qualificarsi come un atto di mortificazione, ma sto divagando.)

Traducendo molto (molto, molto) liberamente, la mortificazione significa "farsi morti." E' un atto di abnegazione, di morire a se stessi, che ci aiuta a crescere nella nostra vita spirituale e diventare più simili a Cristo. Non tutti gli atti di mortificazione consistono in atti di eroismo alla Braveheart. Qui vi illustro cinque modi non appariscenti per mortificarsi, che vi eviteranno di essere etichettati o dileggiati. Pensate a queste mortificazioni come delle "morta-mine", la versione spirituale cattolica delle vitamine. Prendetene una e vedete se vi aiuta a crescere nella vostra vita spirituale.

Alzatevi dal letto come un eroe. Alzati subito non appena scatta la sveglia. Non premere il pulsante snooze; invece, metti in pratica ciò che i membri dell'Opus Dei chiamano "il momento eroico." Alzati dal letto, bacia il pavimento, e dì una sola parola: serviam. Questo è il latino per "Io servirò." E' esattamente il contrario di quello che Lucifero ha detto (non serviam) prima di essere gettato nella Geenna.

Essere puntuale. Per tutto. Qui devo confessare che molte volte vengo meno a questo consiglio, ciononostante è comunque un buon consiglio. La puntualità dimostra rispetto per gli altri e per te stesso. E' una morta-mina perfetta perché è una cosa piccola, ma difficile da fare.

Essere allegri anche quando non ne avete voglia. Tutte le persone che si incontrano sono impegnate in una grande lotta, non solo voi. Lasciate da parte i vostri problemi, e siate amichevoli. Ci si può sentire molto giù di corda, ma non è necessario che il vostro atteggiamento lo dia a vedere. I sorrisi sono gratis, sono facili, e aiutano a tirar su di morale la gente – e forse anche voi stessi.

Ordinare una bevanda più piccola. Si tratta di una mortificazione ridicolmente semplice, ma  sorprendentemente difficile da fare. Per motivi misteriosi, gli americani si sentono in diritto di bere bevande di dimensioni jumbo – da McDonald non hanno nemmeno più le bevande piccole - ma questo è l'atto perfetto di abnegazione dissimulata. Se qualcuno se ne accorge, probabilmente penserà che volete risparmiare.

Mangiare pesce il venerdì. Ammettilo: tu vuoi essere un cattolico che mangia pesce il venerdì – è una cosa talmente fuori moda che sta tornando di moda. Inoltre, nessuno lo noterà, ve lo assicuro,  c’è un sacco di gente in giro che segue delle diete di tendenza. Chiamatela la "dieta intenzionalmente alternata proteine e legumi”, e i vostri colleghi di lavoro vi chiederanno di darne una copia anche a loro. Inoltre, contrariamente alla credenza popolare, i cattolici non sono mai stati esonerati dall'obbligo di astenersi dalla carne il venerdì, è solo che ora si è permesso di sostituirlo con un altro atto idoneo di mortificazione.

Così ecco qua, cinque modi di morire a se stessi per la maggior gloria di Dio. Sentitevi liberi di aggiungere altri articoli alla lista e di farci sapere se ciò si dimostra utile. Pace e bene!

11 settembre 2010

Il cristiano doni di persona


Non dare a quelli che reggono le Chiese la tua elemosina affinché siano essi a distribuirla; fallo tu stesso, non solo per ricevere la ricompensa di quanto hai speso, ma anche per il servizio prestato. 

Elargisci con le tue stesse mani; semina tu stesso nel solco. In questo caso non c’è bisogno né di adoperare l’aratro, …  né di attendere il tempo propizio per la semina, né di solcare il terreno, né di combattere contro i rigori del freddo:  Tu, infatti, stai seminando nel cielo, dove non c’è né il freddo, né l’inverno, e nessun’altra cosa del genere. 

Tu stai gettando la semente nelle anime, dove nessuno può portare via ciò che viene seminato; al contrario la semente attecchisce molto saldamente in virtù della grande cura e diligenza. Ora, se sei tu a seminare, perché vuoi privarti della ricompensa?...
Questa, dunque, è l’autentica ospitalità: compiere di persona tutto ciò che occorre fare, se vogliamo
santificarci e far sì che le nostre mani siano benedette. Pertanto, anche se doni ai poveri, non vergognarti di
farlo di persona: tu non stai dando a un povero qualsiasi, ma a Cristo. Ora, chi è così miserevole che
non si degni egli stesso di tendere la mano a Cristo? ...

Dio –  dice l’Apostolo –  ama chi dona con gioia. Perciò, sei tu a ringraziare l’ospite per l’accoglienza
che gli hai riservato. Infatti, se non vi fossero i poveri, difficilmente tu potresti sopportare il fardello dei tuoi
peccati: essi sono i medici che curano le tue ferite; essi sono i rimedi medicamentosi per le tue mani.

Anche visitare i poveri è un’opera altamente meritevole. La Scrittura dice:  È meglio andare in una casa in pianto che andare in una casa in festa. 
Ora, è in questa casa  in festa che il cuore si gonfia: se tu hai la possibilità di vivere tra i piaceri, ne trai un ulteriore incitamento; viceversa, sei preso dallo scoraggiamento.
Al contrario,  nella casa in pianto non si prova nulla del genere: se le ricchezze mancano, tu non ne soffri; se invece vi sono, sei costretto  a reprimerti nel desiderarle [a causa del lutto].

Commento alla prima lettera di Timoteo, omelia XIV, di San Giovanni Crisostomo, Dottore della Chiesa, secolo IV d.c. 

8 settembre 2010

Ricordati di santificare le feste

Nella scuola dove lavoro discutiamo spesso riguardo al ritmo frenetico della vita per noi, le nostre famiglie e i nostri studenti. La vita della classe media americana è pazzesca per il suo ritmo e per la pressione a cui si è sottoposti per fare quante più attività e realizzazioni possibili. In molte famiglie il tempo sia per mamma che per  papà è riempito dal lavoro, e le vite dei ragazzi sono anch’esse riempite con elevate aspettative accademiche, una vita sociale piena di impegni e tutta una serie di attività extrascolastiche, ottime in sé e per sé, ma molto dispendiose in termini di tempo. Nella mia famiglia con quattro bambini abbiamo: un campione di fondo, un campione di scacchi, una stella del calcio, un ottimo pianista, un’attrice in erba, chierichetti, teatro, wrestling, softball e, come posti di lavoro a tempo parziale, taglio dell’erba, baby sitter, ecc.

Che succede? Perché continuiamo a correre? Perché siamo spesso esausti, di malumore e sovraeccitati? Perché abbiamo dimenticato di santificare il Sabbath (il giorno di festa, la domenica). Avete notato come questo comandamento viene trascurato nella nostra società? Ai tempi dei miei genitori e nonni c’erano  regole rigorose riguardo ai giorni di festa. Quelle regole a noi sembrano arcane, arbitrarie e inutili." Perché il distributore di benzina è aperto, ma il supermercato no? "

Così ci siamo liberati di tutte quelle sciocche regole del Sabbath. Tutti i negozi sono aperti di Domenica, e chi è che non va a fare spesa di domenica, se è necessario?
Infatti, con la vita frenetica che conduciamo, la domenica è l'unico giorno in cui siamo in grado di fare un po’ di shopping, e se magari non facciamo la spesa, non è comunque la Domenica il giorno in cui si sbrigano tutte quelle altre faccende che abbiamo continuato a rimandare durante la settimana? "E poi," ci diciamo "comunque a cosa serve avere una 'giornata di riposo’?'"

Ci serve a questo: in realtà è Dio che ci sta dicendo di rallentare. In effetti sta dicendo: «Perché non prendete una pausa? Rallentate. Andate adagio. Osserverai il riposo del Signore." E perché? Perché come si può sviluppare una vita contemplativa se non ti prendi il tempo necessario? Come si può riflettere sulla vita a meno di non rallentare? Come può essere approfondita la nostra vita se non ci si prende una pausa? Come si può imparare ad ascoltare Dio se non si è prima in silenzio e fermi? Lui ora non parla nel terremoto, nel vento e nel fuoco, ma con voce dolce e sommessa. Ordinando di santificare il giorno di festa, Dio non ci chiama solo per una doverosa partecipazione alla Messa, ma affinchè prestiamo attenzione alla sua voce, con amore. Santificare il giorno di festa non significa altro che ritagliarci, in mezzo a tutti i nostri programmi e impegni, un giorno per la contemplazione.

Sì, proprio così: la contemplazione. Questa bella abilità è probabilmente l'attributo umano meno sviluppato nel nostro mondo moderno. Dove è l'anima contemplativa? Persa nel marasma infernale, nel baccano della musica rock che costantemente occupa le nostre orecchie, nella volgarità degli spot pubblicitari che distraggono i nostri occhi, nell'azione e nei colori seducenti e divertenti dei nostri monitor - l'iPod, il computer, la televisione, il cinema, le insegne pubblicitarie - tutti che lampeggiano e parlano e cantano e ballano e ci distraggono.

Se santificassimo il giorno di festa, scopriremmo ben presto che la domenica comincia a filtrare nel resto della nostra vita. Un giorno alla settimana diventa presto un momento in ogni giorno, che si diffonde come un dolce profumo, e che comincia a cambiare la nostra vita in meglio. Cominciamo a prendere tempo e rallentare e apprezzare le cose veramente importanti. Tutte le sciocche attività frenetiche, presto le vedremo come un insipido spreco di tempo, come in effetti sono (almeno in buona parte). Tutti i rumori del mondo diventano vuote vanità, le nostre vite cominciano ad avere una maggiore profondità. I nostri rapporti cominciano ad approfondirsi. Le nostre vite diventano più reali, e poco a poco siamo trasformati di gloria in gloria.

6 settembre 2010

Dio ha creato tutto ciò che esiste ?


- “Dio ha creato tutto ciò che esiste ?”
Mentre un professore universitario sfidava i suoi studenti con questa domanda, uno studente ha risposto:
 - "Sì, è vero."
Sorpreso da questa assicurazione, l'insegnante ha continuato:
- “Dio ha creato tutto?”
- “Sì”
- “Se Dio ha creato tutto, così ha creato il male. Dal momento che il male esiste, e secondo il principio che le nostre opere definiscono chi siamo noi, allora Dio è il male.”
Lo studente rimase in silenzio dopo tale risposta e, naturalmente, l'insegnante era molto fiero di sé, avendo dimostrato ancora una volta che la fede religiosa era un mito.
Poi, lo studente alzò la mano con questa domanda:
- “Professore, esiste il freddo ?”
- “Che domanda strana. Certo che esiste. Non hai mai avuto freddo?”
- “In realtà, signore, il freddo non esiste. Secondo le leggi della fisica, ciò che noi consideriamo freddo è in realtà assenza di calore prodotto dalla materia che trasmette energia. Il freddo non esiste. Abbiamo creato questa parola per descrivere quello che sentiamo quando non sentiamo nessun calore.”
Lo studente continuò a porre domande al docente:
- “Professore, esiste il buio ?
- “Certo che esiste!”
- “Si sbaglia di nuovo, signore. Il buio è in realtà l'assenza di luce. Possiamo studiare la luce, non il buio. Un semplice raggio di luce può penetrare in un mondo di tenebre ed illuminarlo. Il buio è un termine usato dall'uomo per descrivere ciò che accade quando non c'è luce.”
Infine, lo studente ha chiesto l'ultima domanda per il professore, che ora era incerto:
- “Professore, esiste il male?”
- “Naturalmente, come ho detto prima. Vediamo tutti i giorni degli esempi di disumanità tra uomo e uomo. E' nella moltitudine dei crimini e della violenza che si manifesta il male.”
- “No, non esiste il male, signore, o almeno non esiste in sé e per sè. E' una parola che l'uomo ha creato per descrivere l'assenza di Dio in noi. Il male è come il freddo che arriva quando non c'è calore, o come il buio quando non c'è luce.”
Il professore si sedette.
Il nome dello studente? Albert Einstein.

testo anonimo pubblicato nella "Orée", quotidiano cattolico del Decanato della Valle dell’Eure.

27 agosto 2010

Sforzatevi di passare per la porta stretta


“SFORZATEVI DI PASSARE PER LA PORTA STRETTA, PERCHE’ MOLTI CERCHERANNO DI ENTRARE, MA NON CI RIUSCIRANNO”

Il Vangelo di oggi è una citazione che ci chiama a prendere sul serio la nostra vita spirituale. Ora, è un fatto triste che oggi molti, se non la maggior parte delle persone, non sono seri circa la loro vita spirituale. Non pregano, non leggono la Scrittura, non frequentano la Messa e non vanno a confessarsi. Si comportano come se la vita fosse un grande scherzo. Si trovano spesso imprigionati da peccati gravi di cui non sono pentiti, e non saranno pronti quando arriverà il giorno del giudizio. Questo è un dato di fatto.

Forse pensate che io sia troppo pessimista, ma direi che mi sto appoggiando a solidi fondamenti biblici. Nel Vangelo odierno il Signore mette in evidenza uno dei più comuni errori di oggi. L'errore è il credere che la maggior parte delle persone vadano in paradiso. Il Signore, piuttosto, confuta direttamente questa idea e ci chiama ad essere sobri e seri nel cercare la salvezza. Diamo un'occhiata alle letture di oggi, suddividendole in tre fasi.

1. Viene descritto il pericolo – - Gesù passava per città e villaggi, insegnando, mentre si dirigeva verso Gerusalemme. Qualcuno gli chiese: "Signore, solo poche persone si salvano?" Egli rispose loro: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno” (Luca 13: 22-23). Altrove Gesù ha sviluppato maggiormente questo punto: entrare per la porta stretta, perché è larga la porta, e facile la via che conduce alla perdizione, e quelli che entrano per essa sono molti. (Mat 7:13-15). Così, quando gli viene chiesto se quelli che saranno salvati sono molti o pochi il Signore risponde “Pochi" e prosegue spiegando che "molti" non sono in grado di entrare nel Regno dei Cieli, ma percorrono la strada larga e facile che conduce alla perdizione.

Questo naturalmente va contro a quello che la maggior parte della gente pensa oggi. Dobbiamo essere equilibrati su questo punto, e capire che molti vivono vite che mostrano poco interesse per Dio o il Regno di Dio. A un certo punto questa decisione diventa definitiva e Dio accetta il loro disinteresse come loro decisione definitiva. Attenzione! Persistere nella mondanità e l’essere assorbiti da se stessi diventa sempre più la nostra disposizione finale.

Ora, è vero che tutti dicono di voler andare in paradiso. Ma è di solito un paradiso che hanno inventato loro stessi. Ma il vero paradiso è la pienezza del Regno di Dio.
E il Regno di Dio ha dei valori che oggi molte persone non vogliono. E' un luogo dove vengono celebrati la giustizia, la misericordia, la generosità e la castità.
Ora è chiaro che oggi molti non sono interessati a perdonare coloro che hanno fatto loro del male. Non vogliono amare i propri nemici. Certamente non vogliono vivere in modo casto. Il concetto di giustizia li infastidisce, e di solito li fa sospettare che qualcuno voglia prendere i loro soldi. Anche la generosità gli dà fastidio, dato che non desiderano condividere con gli altri neanche un centesimo. Ma questo è ciò è il Regno di Dio, ed è quello che si celebra in cielo.

Inoltre, il cielo è descritto nel Libro dell'Apocalisse (4,5-8), come una liturgia in cui Dio è al centro ed è lodato. Vengono eseguiti canti, un rotolo contenente il significato di tutte le cose (Scrittura) viene letto e l’Agnello è su un altare simile a un trono. Ci sono candele, incensi, prostrazioni, si sta in piedi, insomma ci sono quelle cose che, sulla terra, si fanno a Messa. Ora, il fatto che oggi molti non vadano a Messa dimostra che tutto questo a loro non interessa. OK bene, Dio non obbliga nessuno. Nemmeno li obbliga ad accettare i valori del Regno di Dio. Ma QUESTO è ciò di cui è fatto il cielo, la pienezza del Regno.

Ora, col passare del tempo, una persona si indurisce sempre di più nella propria avversione per il Regno di Dio, per il cielo. Alla fine questa avversione diventa fissata per sempre. Così nel giorno del giudizio non sono in grado di entrare in cielo, e francamente non sarebbero comunque felici. Così qui è il pericolo: percorrere la strada larga e mondana che indurisce il cuore nei confronti di Dio e delle cose di Dio, così che uno perde la capacità di tollerare il paradiso. L'inferno non è colpa di Dio, è la preferenza di dannati che hanno indurito i loro cuori verso Dio e verso la realtà del vero cielo (non di quello della fantasia.

2. Il desiderio divino. Ora, Dio non vuole l'inferno per nessuno. Egli non si rallegra della decisione dei dannati, ma la rispetta. Dio è chiaro che vuole salvare tutti: “Com'è vero che io vivo, dice il Signore io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva. Convertitevi dalla vostra condotta perversa! Perché volete perire, o casa d'Israele?” (Ez 33:11-12). Così, nella prima lettura di oggi ci viene descritto come Dio allarga l'appello di salvezza al mondo intero:

“Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria … che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti. Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore … Anche tra loro mi prenderò sacerdoti leviti, dice il Signore.” (Is 66,18 -21)

Sì, il Signore vuole portare la gente di ogni nazione e razza nel suo regno. Il Signore vuole salvare tutti noi. Quindi il problema dell'inferno ricade non su Dio e ciò che Egli vuole, ma su di noi e su ciò che noi vogliamo. Dio alla fine rispetterà la nostra scelta finale. Ho ulteriormente approfondito questo argomento qui: http://blog.adw.org/2010/07/hell-has-to-be/

3. La disciplina che libera. Questo poi conduce ad un modo in cui possiamo essere prudenti e seri nel cercare la salvezza. Viene descritto nella seconda lettura di oggi: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? … Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.” (Eb 12:5-7, 11).

Abbiamo un chiaro invito del Signore a sottomettere la nostra vita alla sua disciplina e alla sua formazione. Notate come sono strettamente connessi la disciplina e il discepolato. Il Signore ha una disciplina per noi che ci rende veri discepoli.
La nostra disciplina comprende la preghiera quotidiana, la lettura della Scrittura ogni giorno, ogni giorno il pentimento, la confessione frequente, la Messa ogni Domenica. Dobbiamo crescere nella formazione del Signore, che nasce dallo studio della nostra fede e dalla ricezione dei Sacramenti. Facendo questo, cresce in noi il desiderio per le cose di Dio e del cielo. Veniamo a condividere i valori del Regno e diventiamo meno mondani. Sempre più si comincia ad amare chi e che cosa Dio ama, si comincia ad avere le sue stesse priorità, veniamo trasformati dal rinnovamento delle nostre menti. Questo è ciò che la disciplina di Dio, ciò che il suo insegnamento, la sua grazia e la sua misericordia fanno per noi.

Così, in ultima analisi, Dio non è il nostro nemico, egli è il nostro Salvatore e l'unico che ci può preparare per il giorno del giudizio. Ma dobbiamo essere equilibrati e seri nel cercare la salvezza. Tutta la superficialità, la presunzione e mondanità devono finire.

Mons. Charles Pope
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